LA DIMENSIONE DEL PROBLEMA E LE BASI PER AFFRONTARLO

Nonostante le innovazioni tecnologiche e le sempre più numerose risorse terapeutiche, la malattia cardiovascolare aterosclerotica rappresenta a tutt’oggi la prima causa di morte e disabilità nei paesi ad alto grado di sviluppo socio-economico. In Europa, ogni anno, 4 milioni di persone muoiono a causa di patologie cardiovascolari con un maggiore interessamento (55% dei casi) del sesso femminile, anche se la percentuale di uomini risulta molto maggiore per quanto riguarda l’incidenza in giovane età2. L’aterosclerosi è una malattia infiammatoria cronica a lenta evoluzione la cui eziopatogenesi è multifattoriale e, tra i principali fattori di rischio, la dislipidemia, ed in particolare i livelli di colesterolo trasportato dalle lipoproteine a bassa densità (C-LDL), la fanno da protagonisti3,4. Il ruolo del colesterolo nel rischio cardiovascolare, infatti, dipende non solo dai suoi livelli plasmatici totali, ma anche dalla sua distribuzione nelle lipoproteine. Il C-LDL è potenzialmente patogeno, mentre quello trasportato dalle lipoproteine ad alta densità (C-HDL) è indice di un ruolo protettivo delle lipoproteine stesse nei confronti dell’aterosclerosi5. La dimensione del problema vede un 23% di donne e un 21% di uomini ipercolesterolemici in Italia, mentre le percentuali arrivano fino al 37% per quanto riguarda il riscontro di valori di colesterolemia borderline.

Dal 1980 al 2000 è stata riportata una significativa riduzione dei decessi per cardiopatia ischemica (42 930 morti in meno) sia grazie alle evoluzioni in termini di trattamento, come l’introduzione nella pratica clinica dell’angioplastica coronarica e di nuove strategie farmacologiche, che grazie ad un miglioramento in termini di prevenzione, con una percentuale riportata di riduzione della colesterolemia totale del 23% circa in 20 anni6. Numerosi trial clinici e metanalisi negli ultimi decenni hanno infatti dimostrato come una terapia ipolipemizzante mirata alla riduzione dei livelli di C-LDL migliori l’outcome clinico del paziente sia in termini di mortalità che morbilità per cause cardiovascolari7,8. Il beneficio netto riportato è dimostrato sia per quanto riguarda i pazienti trattati in prevenzione primaria che secondaria. Le linee guida delle principali Società Scientifiche di Cardiologia e dell’Aterosclerosi americane ed europee raccomandano l’impiego di terapia ipolipemizzante ottimale, in prima istanza con statine, in tutti i pazienti che hanno in anamnesi un evento cardiovascolare documentato9,10. I pazienti con patologia coronarica conclamata, stabile o instabile, andati incontro o meno a rivascolarizzazione coronarica si qualificano comunque automaticamente come pazienti ad altissimo rischio, nonostante nella quasi totalità dei casi, una terapia ipolipemizzante ottimale sia stata impostata fin dall’evento acuto. Nonostante infatti numerosi studi abbiano dimostrato una riduzione variabile dal 20% al 45% del rischio cardiovascolare con l’introduzione della terapia con statine, il rischio residuo risulta comunque ancora non accettabile (Figura 1)11-16. Da qui la necessità di un monitoraggio continuo e accurato e di un trattamento intensivo della dislipidemia in questa categoria di pazienti.

Fonte: giornaledicardiologia.it (Settembre 2019)

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